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Dal rilievo al modello 3D

La scansione dei reperti attraverso laser scanner dà origine a quella che viene generalmente definita “nuvola di punti”, ossia un insieme di punti collocati nello spazio tridimensionale e perciò espressi attraverso le tre coordinate (x, y, z). La distanza tra i singoli punti, ovvero il quantitativo di punti che uno strumento laser riesce a rilevare su un singolo oggetto – nel caso di scansioni con Terrestrial Laser Scanner parleremmo di territorio e/o strutture – costituisce la risoluzione della scansione. È ovvio che maggiore sarà la densità di punti rilevati e maggiore sarà il livello di risoluzione della scansione. All’informazione vettoriale viene inoltre affiancata – e sovrapposta – una mappatura fotografica degli elementi rilevati, consentendo quindi di ricrearne tutte le caratteristiche di superficie in ambiente virtuale. Nel caso del rilievo di reperti archeologici l’elevato livello di risoluzione è utile ad ottenere tutte le informazioni necessarie a valutarne, sia macro che microscopicamente, lo stato di conservazione nonché a procedere ad un’attenta ricomposizione dei diversi frammenti rinvenuti in contesti di scavo. Un elevato quantitativo di informazioni è utile anche a consentire nel tempo esami sui reperti finalizzati a monitorarne la risposta ai trattamenti di restauro ed all’ambiente di conservazione, e quindi a poter programmare eventuali ulteriori interventi per la tutela dei beni. È ovvio, ad esempio, che minime variazioni dimensionali di reperti in materiali organici, dovute a lunghi processi di disidratazione degli stessi, sarebbero più facilmente individuabili avendo dati di riferimento che consentano valutazioni nell’ordine di pochi micron.
La proposta di utilizzo dello ScanArmTM della FARO (di cui si allega la scheda tecnica) nasce proprio
dall’elevata risoluzione ottenibile (0,025 mm.). La densa nuvola di punti ottenuta dalle singole scansioni dovrà essere processata attraverso software dedicati per ottenere il modello virtuale completo dei singole reperti.
La riproduzione virtuale dei reperti permetterà quindi di avviare il lavoro di ricomposizione e lo studio ricostruttivo sul manufatto attraverso l’utilizzo di software per la modellazione 3D, software che costituiranno l’ambiente virtuale entro cui avverrà tale lavoro di studio – da questo momento in avanti sarà possibile avanzare nel lavoro di ricerca senza più dover manipolare fisicamente i reperti. Interverrà quindi un’equipe di specialisti nell’uso di tali tecnologie applicate ai beni archeologici che si affiancherà agli archeologi incaricati dell’analisi storico‐archeologica dei manufatti e dei contesti di scavo di provenienza, al fine di lavorare allo sviluppo di un modello interpretativo del manufatto, scientificamente corretto. Tale modello 3D costituirà la base di progettazione per ogni intervento finalizzato ad una corretta conservazione e valorizzazione dei beni in questione. Si potranno infatti sviluppare velocemente, attraverso l’utilizzo di macchine a controllo numerico (CNC), elementi per l’integrazione dei reperti e/o copie fedeli in scala 1/1 del modello interpretativo, nonché tutti quei prodotti multimediali finalizzati alla musealizzazione e alla divulgazione.
L’utilizzo di macchine a controllo numerico, in grado quindi di leggere e riprodurre tanto le informazioni raccolte attraverso laser scanner quanto le successive elaborazioni in ambiente virtuale, sarà utile anche per la produzione di “culle” per la conservazione e il trasporto dei reperti (a partire dai negativi degli stessi). Per la produzione di elementi di integrazione e delle “culle” saranno utili le analisi chimiche sui reperti che permetteranno di valutare il tipo di prodotti da utilizzare per il trattamento dei materiali usati dalle macchine a controllo numerico, al fine di ottenere il massimo livello di compatibilità chimico‐fisica.